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Saluto ai partecipanti alla giornata nazionale per la salute mentale

2 dicembre 2004

Porto anch’io, in qualità di Presidente della Conferenza di Zona 3 Genovese, il mio saluto ad Autorità, Enti Locali, Servizi sociosanitari, Associazioni di Volontariato e no-profit che partecipano a questo importante e significativo incontro con il quale, a distanza di 26 anni dalla chiusura dei manicomi, si cercherà di fare il punto sui traguardi raggiunti e sui problemi ancora aperti dell’assistenza psichiatrica in Italia.

Io sono stato e sono medico, anche se non psichiatra, e con la malattia e la sofferenza mentale mi sono spesso trovato a confrontarmi nel corso di alcuni decenni.

Io so per lontana esperienza quanto lacerante sia il dramma umano e familiare della pazzia, e quale orrendo rimedio a questo dramma abbia rappresentato l’isolamento e la concentrazione dei “diversi” nei manicomi, spesso più centri di potere che di cura (ma anche in questo caso occorre stare attenti alle generalizzazioni: nei manicomi ci sono stati anche scienza, carità e speranza).

Nel corso dell’ultima riunione della “Conferenza di Zona 3” a Busalla, accennavo ad una storia, ahinoi assolutamente vera, cui mi sto ispirando per un libretto che sto scrivendo in collaborazione, dal titolo credo significativo: “La pazza non pazza”. Vicenda che ha dell’incredibile: quella di una ragazza giovanissima, forse troppo esuberante ma comunque piena di voglia di vivere, che diversi decenni or sono la grettezza della famiglia e dell’opinione pubblica del paesino dell’entroterra ligure in cui era nata ed aveva trascorso l’infanzia e l’adolescenza, vollero confinata in manicomio.

E che nel manicomio, nonostante i medici avessero accertato che non era affetta da malattie mentali di sorta, a causa dell’ostilità della famiglia e non di quella sola, rimase fino a quando l’avvento della legge Basaglia aprì a lei, poco più che cinquantenne, le porte su un modo da cui era stata strappata ma che nel frattempo le era divenuto alieno.

Ma attenzione, nei manicomi non c’erano soltanto, casi voglio sperare sporadici, i pazzi finti. C’erano anche quelli veri (e scusate se uso questa parola senza eufemismi, ma la realtà non si affronta con operazioni semiologiche, dichiarando non vedente un cieco o sofferente psichico uno schizofrenico od un paranoico).

Io ricordo di aver vissuto la chiusura dei manicomi come una grandissima conquista civile, una delle più grandi del secondo dopoguerra; ma ricordo anche di avere condiviso negli anni successivi a quella chiusura, da medico e in molti casi da amico di famiglia, il dramma e spesso la catastrofe della mala-applicazione di una legge che spalancando le porte ai manicomi le chiudeva al problema, ed essendo incapace di offrire autentici servizi alternativi, scagliava in seno alle famiglie il peso insopportabile di convivenze spesso impossibili o comunque laceranti.

Non bastava dichiarare cittadini, e liberi cittadini, i malati mentali. Bisognava, da subito, dar vita alle forme alternative di assistenza alla cessata ghettizzazione manicomiale, con ricchezza di mezzi e sensibilità ai problemi grandissimi di carattere sociale e familiare che comunque la chiusura del ghetto aveva determinato.
Ciò non è avvenuto, o meglio, nella stragrande maggioranza dei casi, è avvenuto tardi e male, e questo perché quando non si mettono a disposizione degli operatori, sia pur preparati ed animati da sensibilità e capacità professionale, strutture e mezzi adeguati, li si costringe ad operare in condizioni di insicurezza e mortificazione, con una danno finale che si riversa, per intero, da chi dalla chiusura dei manicomi avrebbe dovuto essere da subito beneficiato: i sofferenti ed i malati.

Comunque siano andate le cose, è certo che nel corso di questo incontro non potremo ascoltare la voce di chi ha colpevolmente sbagliato, di chi ha sottovalutato, di chi non è stato capace a predisporre fin dall’inizio soluzioni adeguate e civilmente rispettose della sofferenza e del dolore.

Le voci che ci accingiamo ad ascoltare sono invece quelle di coloro che, pur penalizzati dall’inadeguatezza dei mezzi a disposizioni, hanno comunque preso in carico l’assistenza dei “traghettati” dal ghetto ad una società civile che al primo impatto li rifiutava. La voce di quelli che hanno lavorato e che stanno ancora lavorando, con entusiasmo mai venuto meno, perché non si torni mai più indietro. La voce di tutti quelli che con la loro abnegazione hanno fatto sì che, indipendentemente da ogni stortura applicativa e da ogni ritardo, la chiusura dei manicomi venga universalmente ritenuta una conquista irrinunciabile ed epocale.

Onore al merito quindi, e grazie per quello che ci vorranno dire.

MVP

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