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Piazza della Stazione Ferroviaria, 18 giugno 2005
Porto a tutti gli intervenuti il saluto dell’Amministrazione Comunale.
Vi ringrazio per la vostra presenza. Non è formale la presenza, non è formale il saluto.
…
Nel corso del breve incontro di questa mattina – non voglio chiamarlo cerimonia – per la collocazione di questa targa, … verrà rievocato un episodio doloroso della nostra storia recente.
A distanza di 61 anni, siamo qui per ricordare un avvenimento di cui certamente pochi o nessuno, a Busalla, fra le generazioni più giovani, conserva memoria.
Lungo i binari di questa stazione, il 16 luglio 1944, transitarono e brevemente sostarono i treni piombati che stavano avviando oltre 1400 lavoratori rastrellati in alcune fabbriche genovesi verso la terribile esperienza del lager, da cui molti non avrebbero fatto più ritorno. Ascolterete fra poco racconto e testimonianze.
Non sarò io a farlo, il compito tocca ad altri.
Io vorrei limitarmi invece a fornire lo spunto per due riflessioni.
La prima riflessione, rivendicata, che voglio fare è questa.
Da quel lontano 1944, e poi dall’aprile 1945, che ha segnato per l’Italia l’avvio della rinascita e del faticoso cammino verso una dignità che era stata perduta (basti per tutto l’onta delle leggi razziali che hanno macchiato il nostro tricolore), non è sbocciato per la comunità internazionale, nonostante il terribile insegnamento della seconda guerra mondiale, con i suoi milioni di morti, il fiore di un mondo nuovo, finalmente liberato da aggressioni, da massacri, da fanatismi, dall’incubo cupo dei lager.
Nei sessant’anni che sono seguiti a quei giorni, l’umanità ha conosciuto nuove guerre e nuovi genocidi. Cito a caso: Vietnam, Cambogia, Jugoslavia, Africa, Tazmamart, Argentina, Cile, Afganistan, Iraq, Cecenia. Migliaia di prigionieri sono stati e sono confinati in condizioni orrende in campi di concentramento nei quali i camini dei forni crematori non fumano più, la pianificazione dello sterminio è meno impeccabile, ma le privazioni e la morte violenta erano e sono del tutto sovrapponibili a quelle dei lager nazisti.
Sorge allora spontanea una domanda: a fronte di tanti orrori contemporanei, ha un senso, invece di concentrarci sul presente, il voler tener viva la memoria di un passato ormai quasi obsoleto, che sembra così lontano dalle problematiche e dalla realtà quotidiana del brutto mondo in cui oggi ci troviamo a vivere?
Io credo che la risposta, pronunciata a voce alta e quasi gridata, non possa essere che sì.
Quegli anni e quegli avvenimenti non sono anni e avvenimenti qualunque. Sono il fulcro, l’essenza, il perché di ciò che oggi siamo. Una nazione civile invece che una dittatura.
Noi siamo quello che siamo, in virtù di quei giorni, e solo di quei giorni. Della ventata di illusione di pulizia morale che dalle tragedie di quei giorni trasse alimento e speranza.
L’Italia, la nostra Italia, la Patria vera anche se imperfetta in cui ci identifichiamo, è nata in quei giorni, solo in quei giorni e dai valori sofferti di quella liberazione.
Il metro di giudizio, il diritto a pronunciare, oggi, in campo sia nazionale che internazionale assoluzioni o condanne, il diritto di essere, a distanza di sessant’anni, protagonisti del nostro tempo, ce lo hanno sì dato in parte i vincitori di una guerra che giustamente abbiamo perso.
Ma quel diritto ce lo siamo anche e soprattutto conquistato in virtù di accadimenti e di scelte che nessun fatto sopraggiunto deve far dimenticare. Gli accadimenti si chiamano Benedicta, Serravezza, Marzabotto, Fosse Ardeatine, Risiera di San Sabba, Repubblica dell’Ossola e di Torriglia, deportazione dei lavoratori genovesi nel giugno del 1944.
Le scelte, si chiamano semplicemente Resistenza.
La seconda riflessione, e stavolta estremamente preoccupata, è invece questa.
Quando gli avvenimenti che oggi rievochiamo stavano accadendo, quelli della mia generazione non erano ancora nati o vagivano nella culla. Oggi, sono dei quasi vecchi con i capelli bianchi.
A ragazzi venuti su in quegli anni, non doveva essere difficile capire.br />
E invece, fra quelli della mia generazione, solo una minoranza, di cui mi onoro di aver fatto e di fare parte, nel corso dei decenni che si sono succeduti, ha capito fino in fondo il significato di quel punto di non ritorno fra passato indegno e futuro possibile anche se irraggiunto. In altre parole, fu già difficile a noi capire e testimoniare.
Ed è così che ai nostri giorni, quasi del tutto scomparsi col passare degli anni i diretti protagonisti di quegli avvenimenti, si trovano ad essere in pochi, sempre pochi e sempre gli stessi, gli ex ragazzi di trenta o quarant’anni fa che, in tenace opposizione alle mode e ai revisionismi di ogni stagione, continuano a condividere la certezza che quelle vicende e quelle scelte siano state l’occasione irripetibile e perduta di far nascere dalle rovine di una guerra annientante una conquistata fratellanza universale, una solidale ed autentica società civile del mondo. E che nutrono nonostante tutto la speranza che se mai futuro solidale potrà esserci, sarà con richiamo a quei giorni, a quei carri piombati in viaggio verso Germanie buie ed ammonitrici, cui un popolo improvvisamente ridestato seppe, per la prima volta nella sua storia, contrapporre ideali e sogni di futuro.
Qualunque cosa sia accaduta nei sessant’anni che sono seguiti, lo ripeto ancora, è da lì, da quei giorni lì, in virtù di quelle mani che, nella stazione di Busalla, sporgevano frenetiche dai portelli dei vagoni ferroviari per consegnare ad altre mani, pietose, biglietti destinati in molti casi ad essere l’ultimo ricordo di un padre, di un fratello, di un figlio, che abbiamo riconquistato il diritto ad essere cittadini del mondo.
Perdere il senso di questa verità sarebbe una sconfitta senza pari. Ma se già noi, ragazzi del dopoguerra ormai con i capelli bianchi fatichiamo a tenere il passo, cosa succederà, che accadrà dopo di noi?
A quale categoria di giovani, e fossero pure, come siamo stati noi, una minoranza, possiamo sperar di consegnare il testimone in questa staffetta che per noi si è già fatta avanzata?
Francamente non lo so: io vedo che gli antichi fantasmi, nel nuovo mondo opulento di internet e della globalizzazione, dei telefonini e delle multinazionali, si vanno riaffacciando con prepotenza sempre più scoperta e si chiamano egoismo, razzismo, intolleranza, vuoto di ogni ideale che non sia quello truce d’oltreoceano, per cui conti solo per quello che possiedi in termini rigidamente monetari o altrimenti non sei nessuno.
Spiace doverlo dire, ma in questo vuoto di tutto, in questo disinteresse globalizzato e diffuso per altro che non siano i falsi miti del consumismo e del denaro, appaiono largamente coinvolte le generazioni più giovani, e desta un profondo senso di sconforto e di allarme toccare ogni giorno con mano il disinteresse per valori che a noi sembrano essenziali mentre per questi appena sopraggiunti appaiono come un mucchio di ferrivecchi da confinare in cantina.
È inutile negarlo: tra i più giovani, complici i media, (televisioni, informazione pilotata, diffusione di falsi miti ecc.) si sta diffondendo un preoccupante rifiuto per tutto ciò che non sia il proprio egoismo personale: una forma quanto mai subdola e pianificata di intruppamento nel qualunquismo.
In questo nuovo mondo, i valori della memoria non contano nulla, sono cartastraccia.
Ecco allora il senso, il perché delle nostra presenza in questo luogo, questa mattina. Non siamo qui solo per ricordare con commozione il passato. Noi siamo qui per gettare, sia pure senza troppa convinzione di successo, seme di futuro.
Se questo disinteresse montante non fosse tristemente vero, se comunque il mondo contemporaneo fosse riuscito nel corso degli ultimi sessant’anni a dar vita ad una società universale finalmente pacificata, non ci sarebbe bisogno di inaugurare targhe e mettere segnali dove sessant’anni prima c’era stato il doloroso transito di tanti destini avviati verso la sofferenza e verso la morte.
Ma visto che il rischio dell’oblio c’è, ostiniamoci a credere, o a illuderci, che il mettere questi segnali abbia una ragione non commemorativa ma del tutto attuale, educativa nel senso più alto del termine.
Il senso di una sofferta messa in guardia, di un tentativo di richiamare l’attenzione, appunto e soprattutto, di quelli che oggi sono ragazzi e domani saranno giovani e uomini.
Un auspicio.
Che leggendo questa e le altre targhe con cui stiamo segnando, in questo grosso paese d’Oltregiovo, i luoghi nei quali anche da noi è nata la nostra storia di nazione civile, qualcuno di loro, fosse pure una minoranza più sensibile, o illuminata, sia ancora in grado di capire. E di trasmettere a sua volta. Ai contemporanei e a quelli che verranno dopo.
Solo in virtù di questo, (se questo davvero avverrà) i lugubri carri piombati, diretti in quel 16 giugno 1944 verso un destino di sofferenza e di morte, dalla Stazione di Busalla non ci saranno passati invano.